Domenica 19 maggio il noto programma televisivo Le Iene (Italia1) propone l’ennesimo servizio sugli scandali legati al mondo parlamentare italiano.
Questa volta un assistente parlamentare riferisce in forma anonima sulla lucrosa attività operata da gruppi di pressione al soldo di non identificate aziende “multinazionali”, allo scopo di ottenere preziosi favori tramite l’attività legislativa, soprattutto attraverso lo strumento agile e discreto degli emendamenti.
In sostanza, le multinazionali pagherebbero regolarmente (e lautamente) non pochi deputati e senatori affinché legiferino a loro favore. Fra i settori che ricorrerebbero maggiormente a tale prassi consolidata, è plausibile che ci siano quelli maggiormente ricorrenti ad attività di lobbying a causa della natura delle proprie attività, strettamente legata alle decisioni prese a palazzo. Si può pensare quindi al settore farmaceutico, al gioco d’azzardo, ai grandi costruttori, alle industrie altamente inquinanti, ma anche a categorie apparentemente piccole che tuttavia riescono nel loro intento di far prevalere interessi particolari su quelli generali: si pensi agli ordini (corporativi) professionali e alla marea di associazioni di categoria le cui segreterie spesso scrivono direttamente le leggi che i parlamentari amici e consociati si limitano ad approvare senza battere ciglio.
Le Iene scoprono l’acqua calda: da sempre la politica, ad ogni livello, subisce le pressioni di lobbisti che operano allo scopo di manovrare le scelte a favore di gruppi di potere, con buona pace di democrazia, elezioni, programmi, promesse, etica e trasparenza.
Ecco un estratto da Wikipedia sul fenomeno del lobbying, diffuso nei palazzi del potere al punto da non scandalizzare nessuno ma, al contrario, palesarsi anche attraverso l’esplicita offerta avanzata da aziende e professionisti specializzati nel settore (basta una ricerca in rete per rendersi conto).
Etimologia del termine lobby
Lobby è parola di derivazione latina medioevale (da lobia = loggia, portico). Fu nel secolo diciannovesimo, 1830 circa, che il termine lobby venne ad indicare, nella House of Commons, quella grande anticamera in cui i membri del Parlamento usavano votare durante una “division”. Successivamente il termine venne attribuito a quella zona del Parlamento in cui i rappresentanti dei gruppi di pressione cercano di contattare i membri del Parlamento stesso. Per indicare questi rappresentanti e l’attività da essi esercitata, si iniziò, nel XIX secolo, a far uso dei termini lobbyist e lobbying. Estensivamente lobby indica poi il gruppo da essi rappresentato.
Il lobbying è una pratica che confina con la corruzione, la quale si configura come una connessione diretta fra i comportamenti di un pubblico ufficiale e una somma di denaro, o altre utilità, ricevuti da un individuo o un’azienda. Il lobbying invece in cosa differisce?
In Italia il lobbying non è disciplinato, a parte alcune regioni che recentemente hanno introdotto deboli discipline in materia. La repubblica delle banane è ancora territorio di conquista per chi non conosce (o disconosce) l’etica.
Lobbying nell’Unione europea
Si stima vi siano a Bruxelles quindicimila lobbisti che difendono gli interessi delle grandi aziende europee, soprattutto nei temi legati all’ambiente. Lo sviluppo di gruppi di interesse è dovuto alla mancanza di restrizioni rispetto a sistemi in cui il lobbysmo è più radicato, come gli Stati Uniti d’America e il Canada. I commissari e i lobbysti mancano di un codice di condotta, se non quello a partecipazione volontaria proposto dalla SEAP, che si è rivelato insufficiente. Un’altra organizzazione, ALTER-EU, si occupa di proporre strumenti per la trasparenza. Come evidenziato in un saggio del professor Pier Luigi Petrillo, ricercatore alla Università telematica Unitelma, professore a contratto di Teoria e Tecniche del Lobbying alla Luiss Guido Carli di Roma e direttore pro-tempore dell’Ufficio Lobby del Ministero dell’Agricoltura, i gruppi di pressione operano a Bruxelles come delle “antenne” della società civile: essi sono infrastrutture indispensabili alla definizione del processo decisionale, arricchendo il procedimento di informazioni tecniche e condizionando spesso le decisioni sia dei commissari che dei parlamentari.
Il tema della regolamentazione del lobbying è stato di recente affrontato in maniera significativa tanto da Commissione quanto da Parlamento europeo.
Già con il Libro bianco sulla governance europea della Commissione (2001) veniva prevista la possibilità che gruppi organizzati del mondo economico e della società civile organizzata prendessero parte al processo decisionale europeo, non più connotato da un government, centralizzato e basato su una logica top-down, ma fondato sulla governance, diffusa e fondata su un modello bottom-up.
Con il Libro Verde del 2006 Iniziativa europea per la Trasparenza, la Commissione europea avvia una consultazione pubblica volta a indagare sulle modalità migliori per avere un quadro più strutturato per le attività dei rappresentanti dei gruppi di interesse (lobbisti).
L’esito della consultazione – con contributi inviati da associazioni di categoria, gruppi della società civile organizzata, ong e associazioni no profit, cittadini, portatori di interessi pubblici, consultancies – porta alla creazione presso la Commissione nel marzo 2007 di un Registro europeo dei rappresentanti di interessi, ad iscrizione volontaria ma basato su incentivi selettivi, e del relativo Codice di condotta per i lobbisti.
Nel corso del 2011 anche il Parlamento europeo aderisce all’iniziativa della registrazione per i lobbisti e crea un Registro comune europeo (Commissione-Parlamento) dei rappresentanti di interessi.
In questo senso, essendo l’attività di lobbying esercitata presso le istituzioni decisionali europee trasparente e pubblica, l’intero processo decisionale appare più democraticamente leggibile e aperto alla partecipazione di una molteplicità di interessi.
Autore del post
Paolo Margari - Milano. Fondatore di Reset Italia - Digital Marketing - Freelance photographer @paolomargari