La lettera d’amore a Napoli di Valeria, Genovese da 33 mila like. De Magistris le dà la medaglia della città





Un post su Facebook da oltre 33mila like che è un lungo tributo d’amore alla città partenopea. Valeria Genova, la trevigiana autrice della lettera che ha spopolato sul web, ha incontrato il sindaco di Napoli Luigi de Magistris che le ha dato la medaglia della città.

Il primo cittadino ha ringraziato Valeria per quello che ha scritto su Napoli e sui napoletani, augurandole ogni successo nella sua nuova attività lavorativa a Roma. «Quando ​verrai​ di nuovo qui sarai sempre la benvenuta», ha detto il sindaco




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Bar incendiato dalla camorra alla Sanità.





“Quando ho ricevuto la telefonata che mi annunciava l’incendio del mio bar, ho visto i miei sogni andare in fumo. Ancora di più, però, mi fa male la totale indifferenza e la mancata solidarietà degli altri commercianti della zona”, dice Mariano l’uomo a cui è stato bruciato il bar nel Rione Sanità al “Il Mattino”.

“Io ho già un negozio qui vicino, in piazza Cavour, e questo bar l’ho aperto per i miei figli – continua Mariano – Sono rimasto molto sorpreso dall’episodio, perché io non ho fatto niente a nessuno e non ho ricevuto alcuna minaccia. Sento dire in giro che c’è chi gira per chiedere il pizzo, ma io non ho mai visto nessuno.”




Continua ancora Mariano:

“Io e i miei figli non molliamo, rimarremo qui, perché crediamo in questo quartiere e vogliamo continuare a essere presenti. A tutti quelli che hanno subito attentati o atti intimidatori consiglio di denunciare. Non possiamo rimare inermi a guardare come i nostri sforzi e la nostra passione siano vanificati dalla camorra”.

Dunque, ennesimo episodio di rivendicazione da parte della camorra. Forse il bar si trovava in una posizione sfavorevole o semplicemente, qualche voce di troppo hanno ha incastrato Mariano e i suoi figli nel mirino della camorra. “Nessuna solidarietà” aggiunge poi l’uomo, forse per timore delle ripercussioni?

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Arrestata Infermiera che somministrava morfina ai neonati: “Così stanno tranquilli”

Uno dei piccoli ha avuto un’overdose e un arresto respiratorio. Così è scattato l’allarme. L’episodio risale alla notte tra il 19 e il 20 marzo.
La polizia di Verona ha arrestato un’infermiera di 43 anni in servizio presso la Asl locale, per aver somministrato morfina a un neonato.
L’infermiera aveva agito senza prescrizione medica nonostante il piccolo stesse bene, e la morfina gli aveva provocato un’overdose con grave arresto respiratorio. “Quando l’abbiamo arrestata non ha reagito, è stata molto fredda”, ha spiegao la polizia in conferenza stampa.




Il neonato era ricoverato presso la terapia intensiva neonatale dell’Ospedale Civile di Verona. Gli esami successivi hanno confermato la presenza di oppioidi nel sangue. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, nelle ore prima della crisi respiratoria, era stata proprio l’infermiera 43enne a tenere in braccio il piccolo definendolo come “rognoso”.
La donna avrebbe anche confidato alle colleghe di somministrare ai neonati morfina e benzodeazepina, pur in assenza di prescrizione, per via orale o nasale, solo per “metterli tranquilli”, nella convinzione non ci fossero concreti pericoli.
Quella notte di marzo il piccolo stava bene, non era sotto farmaci e sarebbe stato dimesso il giorno successivo. Dopo mezzanotte aveva avuto le prime crisi e con il peggioramento del quadro clinico, la stessa infermiera aveva ordinato a una collega di somministrargli un farmaco antagonista della morfina, e aveva indicato il dosaggio. Subito dopo il neonato aveva ripreso a respirare autonomamente.




I poliziotti hanno anche accertato che nella notte in cui si è verificato l’episodio, un solo neonato nel reparto di terapia intensiva neonatale aveva in prescrizione la morfina, che effettivamente era stata prelevata dalla stessa infermiera. Oggi è stata arrestata dalla polizia in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Livia Magri su richiesta del pm Elvira Vitulli.

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Abusi su bambini per 25 anni in una congrega religiosa




Associazione a delinquere finalizzata alla violenza sessuale aggravata ai danni di minori  per i fatti accaduti all’interno di una congregazione religiosa, la “Associazione Cattolica Cultura ed ambiente”, con sede nel comune di Aci Bonaccorsi, in provincia di Catania, sono stati arrestati quattro uomini ritenuti responsabili di reati, iniziati almeno 25 anni fa.

Per venticinque anni diceva di essere la reincarnazione di un Arcangelo alla comunità che dirigeva e che sosteneva di volere trascinare verso la purezza dell’animo. E’ finito in carcere con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata agli abusi sessuali su minori, ma non solo Pietro Capuana di 73 anni. E’ lui il ‘santone’ che per un quarto di secolo ha diretto la comunità ‘Cultura ed Ambiente’ di Aci Sant’Antonio, una vera e propria setta alla quale prendevano parte attiva tre donne finite ai domiciliari con l’accusa di avere reclutato minori da sottoporre a violenza sessuali. Sono: Fabiola Raciti di 55 anni, Rosaria Giuffrida di 57 e Katia Scarpignato di 48.

L’inchiesta della procura della Repubblica guidata dal procuratore Carmelo Zuccaro, dall’aggiunto Marisa Scavo e dal sostituto Laura Garufi ed affidata al compartimento della Polizia postale e delle comunicazioni guidata da Marcello La Bella è stata avviata in seguito alla denuncia dettagliata della mamma di una ragazzina finita nel giro delle setta religiosa di Aci Sant’Antonio. E’ stata lei a consegnare agli 007 della polizia uno smartphone con delle conversazioni in chat che evidenziavano le intenzioni degli organizzatori religiosi che chiedevano alle ragazzine avvicinate di scrivere delle lettere contenenti dichiarazioni d’amore nei confronti di Capuana.

Sono così iniziate delle intercettazioni telefoniche e di tipo tradizionale nel cenacolo, dove si riunivano per tutti gli adepti. Gli abusi sessuali su donne minorenni, ma anche maggiorenni si sarebbero prorogati per venticinque anni. Gli abusi spesso avvenivano in casa di Capuana nella quale la polizia ha sequestrato un elenco con centinaia di nomi che avrebbero fatto parte, in tutti questi anni della comunità ‘Cultura e Ambiente’, ufficialmente una ditta che commercializzava prodotti agricoli, ma di fatto trasformata in una “setta” clandestina. Per la prima volta la procura ha ottenuto il riconoscimento da parte del Gip del reato di associazione per delinquere finalizzata alla consumazione di reati sessuali.




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