01 Ott

Scoperti sei nuovi vulcani a Napoli

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Scoperte sei nuove bocche del Vesuvio sui fondali del Golfo di Napoli, di fronte al Vesuvio, durante la campagna oceanografica Safe2014 condotta da un team di ricercatori che coinvolge l’Ingv, l’Università di Napoli Federico II e il Cnr. Le «nuove» bocche sono situate a meno di 3 chilometri dalla costa, nel tratto compreso tra Torre Annunziata ed Ercolano, e hanno un diametro di circa 800 metri. Alcune si sono aperte 19.000 anni fa, altre in tempi un po’ più recenti e sono sepolte sotto il fondale marino, a una profondità compresa tra 5 e 20 metri.

Le strutture sono state descritte sulla rivista Geophysical Reserch Letters. La scoperta è stata realizzata da un team di ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv-sezione Roma1), del Dipartimento Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse (Distar) dell’Università di Napoli Federico II e dell’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Iamc-Cnr).
«Abbiamo rilevato nuovi punti di emissioni di anidride carbonica nel Golfo di Napoli, cosa abbastanza comune in aree geotermali e vulcaniche come quella napoletana. E qui abbiamo scoperto sei strutture vulcaniche (coni e duomi) finora sconosciute, con un diametro di circa 800 m. Inoltre, sono stati identificati i fronti delle colate laviche vesuviane che si sono riversate in mare in età prevalentemente medioevale»,  annuncia Guido Ventura, ricercatore dell’Ingv.

«La scoperta non aggiunge pericolosità a questo vulcano, il cui rischio maggiore – ha detto ancora Guido Ventura dell’Ingv – resta collegato alla bocca principale, quella del cono del Vesuvio. «Se queste bocche si riattivassero – ha osservato – le eruzioni avrebbero energia bassa e creerebbero problemi soprattutto alla navigazione».

In particolare, l’attività di esplorazione è stata realizzata nell’ambio della campagna oceanografica Safe2014, finalizzata allo studio delle emissioni gassose sottomarine nel Golfo di Napoli. Le ricerche, condotte nel 2014 a bordo della nave oceanografica “Urania” del Cnr, hanno consentito di rilevare, con estremo dettaglio, il tratto di costa antistante il Vesuvio, utilizzando due diverse tecniche. La prima, ha spiegato Ventura, si chiama prospezione sismica, e consiste nello sparare aria compressa verso il fondale marino. Il segnale di ritorno contiene le informazioni sul fondale e permette di ottenerne la mappa. L’altra tecnica, invece, è basata sulle misure dell’intensità del campo magnetico terrestre e ha rivelato le bocche perché le rocce vulcaniche sono più magnetiche rispetto ai sedimenti del fondale. Queste informazioni hanno permesso di ottenere una mappa dettagliatissima del fondale che ha permesso di individuare le sei strutture vulcaniche nascoste che hanno la forma di cupole di lava (duomi) e coni. Le bocche sepolte sotto il fondale, ha osservato Ventura, emettono anidride carbonica, come le fumarole di Campi Flegrei e del cratere del Vesuvio «cosa abbastanza comune in aree geotermali e vulcaniche come quella napoletana».

«Nel corso della campagna, finalizzata anche ad acquisire nuovi dati sui prodotti del Vesuvio e sulla loro età, abbiamo utilizzato una serie di tecniche di esplorazione, incluse quelle magnetometriche, sismiche e batimetriche» spiega Maurizio Fedi, professore del Distar, Università Federico II. «I risultati di queste indagini – continua Fedi – ci hanno permesso di stabilire che almeno tre delle strutture vulcaniche rilevate si sono formate prima di 19.000 anni, mentre una di esse ha eruttato in tempi storici». Le ricerche costituiscono la base per l’implementazione di un sistema di monitoraggio a mare finalizzato allo studio di eventuali fenomeni vulcanici sottomarini che potrebbero interessare la costa. La scoperta è stata pubblicata in un lavoro su Geophysical Reserch Letters dal titolo «Subcircular conduits and dikes offshore the Somma‐Vesuvius volcano revealed by magnetic and seismic data».

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